Antonio Ottogalli, nella sua pittura, racconta il farsi di un percorso che riscatta, quasi in un procedimento dialettico, lo smarrimento dell'esserci. L'intuizione creativa, che sottende il processo poetico, è racchiusa dentro a uno scrigno di sofferenza, nel tempo interiore; e il cuore trasale a riconoscerla, a contemplarla. E urge il bisogno di esternare, di oggettivare; di rendere ontologicamente decifrabile l'essenzialità della propria individualità artistica. Si ravvisa, all'interno dei suoi quadri, il segno come un'esigenza razionale che tende al finito, al concluso, al raggiungimento di un equilibrio che vuole essere insieme sintesi efferente di intuito e disciplina formale.
La campatura dello spazio che ne deriva, codifica, sotto la dominante estetica, la propria vicenda esistenziale nella ricerca di una forma pura, limpida, come una trasparente profondità; dove la formula astratta sta per il realismo delle idee.
E imporre in questi spazi finiti, quale logica razionale, l'ancestrale, dolce e dolorosa vitalità del colore. Un colore violento, traumatico; e tenue, sussurrato, elegiaco, sottinteso e struggente come i colori sul limitare dell'anima.
Il colore diventa, idealmente, l'elemento antitetico rispetto al segno; il colore incombe sullo spazio, lo dilata potenzialmente, lo trascende.
Lo spazio così determinato sembra arrendersi alla onnipotenza del sogno e del sentimento.
Ottogalli risolve la tensione drammatica (da un punto di vista esistenziale e formale) che ne deriva, recuperando un equilibrio onnicomprensivo dell'uso del segno e del colore, all'interno del quale il segno diventa argine al colore e il colore provocazione continua a superare le acquisizioni raggiunte. La coscienza creativa dell'artista, di fronte all'oggetto estetico finito, va via via arricchendosi di nuove illuminazioni, dove l'assoluta emergenza dell'evento creativo è sempre più vissuta come unica possibilità si salvezza. E la salvezza è puro azzardo.
L'attuale intuizione della rarefazione dei moduli espressivi è anche l'avvio a un più profondo sentire e a un più alto linguaggio: forse la luce purissima del silenzio.

Michelangelo Dal Pos